Iodio in gravidanza

Iodio in gravidanza

In linea generale seguire una corretta alimentazione basata su una dieta sana, equilibrata e varia, da seguire sempre, e’ alla base di uno stile di vita sano. Tutto questo vale ancor di più in gravidanza allorquando è fondamentale coprire i bisogni nutritivi della madre e del feto. Questo non significa che la donna debba “mangiare per due” come erroneamente si pensa, perché  il fabbisogno aggiuntivo è, infatti, di 350 kcal al giorno per il secondo trimestre e 460 kcal al giorno per il terzo trimestre.

Il fabbisogno di vitamine è soddisfatto dall’assunzione di frutta, verdura e legumi, senza ulteriore implementazioni, eccezion fatta dell’acido folico. Oltre alle vitamine, anche la corretta assunzione di minerali ha grande importanza, in particolare modo quando si parla di calcio, ferro e iodio.

Lo iodio lo si assume attraverso una dieta che comprende due porzioni di pesce a settimana, latte tutti i giorni e un po’ di formaggio per un totale che garantisce il 50% del suonfabbisogno giornaliero (90 μg nei bambini fino a 6 anni, 120 μg in età scolare (7-12 anni) 150 μg negli adulti).  In gravidanza e, poi, durante l’allattamento il fabbisogno aumenta a 250-300 μg al giorno, per un corretta funzione tiroidea materna e fetale, indispensabili per lo sviluppo del sistema nervoso centrale del feto.

Nell’ottica di implementare l’assunzione di iodio in gravidanza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Iodine Global Network e Unicef ritengono che sia fondamentale utilizzare sale iodato come condimento per alimenti, al posto del normale sale da cucina. Il sale arricchito di iodio ha lo stesso aspetto del sale per uso alimentare e non presenta odori o sapori particolari, né altera quello dei cibi a cui viene aggiunto.

Ogni grammo di sale arricchito di iodio fornisce 30 microgrammi di iodio in aggiunta a quello già fornito con la dieta. Può essere assunto da tutti, anche soggetti affetti da patologie tiroidee. Questo perché in condizioni fisiologiche la tiroide è in grado di tollerare fino a 1mg (1000 µg) di iodio al giorno senza che si verifichino effetti avversi perché l’eccesso di iodio viene eliminato con le urine.

E per chi rischia di andar incontro ad ipertensione in gravidanza per cui si limita il consumo di sale? In quel caso la quantità di iodio aggiunto al sale per uso alimentare (30 µg/g) consente un apporto iodico adeguato anche in presenza di un consumo di sale contenuto nei limiti suggeriti da cardiologi e nutrizionisti.

Endometriosi Cause Sintomi Terapia

Endometriosi
L’endometriosi è una frequente patologia ginecologica che interessa circa il 10% delle donne in età fertile ( generalmente tra i 15 e i 49 anni). Si tratta di una patologia cronica ormono-mediata associata al ciclo mestruale che causa dolore pelvico e riduzione della fertilità: l’endometriosi infatti è una delle cause principali di infertilità femminile e circa il 30-40% di donne affette dalla malattia è sterile.

La sua causa non è conosciuta ma molti ritengono sia correlata ad un flusso mestruale “ a ritroso” dove parte del sangue invece che dall’utero passare in vagina, passa invece nelle tube e da qui nella pelvi con proliferazione di queste cellule. È difficile talora giungere a diagnosi di endometriosi, studi recenti, infatti, indicano che il ritardo diagnostico può essere dai 4 ai 10 anni. La conseguenza di tutto questo è il peggioramento della qualità di vita e la progressione della malattia.

Le donne con endometriosi riferiscono uno o più di questi sintomi: dolore pelvico cronico, mestruazioni dolorose, dolore durante i rapporti sessuali, dolore intestinale, infertilità, dolori urologici durante il ciclo mestruale.
In queste condizioni è utile effettuare una visita ginecologica con ecografia transvaginale. Quest’ultima permetterà di verificare la presenza o meno di segni correlabili alla malattia (presenza di cisti ovariche endometriosiche e/o presenza di noduli in uno o più punti della pelvi).
Nei casi di sospetta endometriosi a seguito di accurata valutazione clinica, si può optare inizialmente per l’utilizzo di una terapia medica con Analgesici (paracetamolo o FANS in monoterapia o combinazione) e terapia ormonale. La terapia ormonale può ridurre il dolore e non ha effetti permanenti sull’infertilita’.

In caso di mancata tolleranza a paracetamolo e/o FANS e la terapia ormonale non è tollerata, si raccomanda di indirizzare la donna presso un centro specializzato per endometriosi, soprattutto nei casi gravi dove l’endometriosi è presente in più parti della pelvi.
Se la donna ha desiderio di gravidanza sarebbe utile l’intervento di uno specialista ginecologo esperto in infertilità prima di ricorrere ad eventuale intervento chirurgico.

La chirurgia nella maggior parte dei casi dovrebbe esser presa in considerazione solo quando il trattamento medico non ha avuto successo e se la donna presenta segni di endometriosi profonda che coinvolge intestino, vescica e ureteri.

Isteroscopia Operativa

Isteroscopia operativa

L’isteroscopia operativa è una procedura che si effettua in Day Surgery entrando in ospedale al mattino a digiuno ed andando via nel tardo pomeriggio. Il ricovero è preceduto da una giornata, spesso una settimana- 10 giorni prima, durante la quale si viene in ospedale a compilare la cartella clinica, fare elettrocardiogramma, prelievo di sangue in previsione della procedura chirurgica e visita anestesiologica. Come già detto precedentemente, infatti, mentre l’isteroscopia diagnostica non prevede ricovero, esami ed anestesia, l’isteroscopia operativa è invece una vera e propria piccola procedura chirurgica nella quale serve che la donna sia completamente rilassata per un periodo di tempo che difficilmente supera i 30 Minuti.

L’isteroscopia operativa infatti è caratterizzata dall’utilizzo di una telecamera di dimensioni maggiori rispetto alla procedura diagnostica e per tal ragione è necessario procede alla dilatazione del collo dell’utero con dilatatori a misurazione crescente in modo poi da poter inserire l’isteroscopio. Quest’ultimo è dotato sulla sua estremità di un ansa deputata a coagulare e tagliare tessuto riferibile a polipo, fibroma o setti presenti all’interno dell’utero. Alla fine della procedura infatti l’utero deve apparire completamente svuotato da qualsiasi neoformazione e tutto ciò che si deve vedere e una cavità a cui lati è possibile riconoscere gli osti tubarici.

La cavità endouterina si distende grazie all’immissione al suo interno di una soluzione di glicina. Al termine della procedura tutto il materiale asportato verrà mandato ad esame istologico e la risposta sarà per lo più pronta nell’arco di 30 giorni. È opportuno informare che la donna potrà aver perdite di sangue nei giorni successivi all’intervento che possono durare fino a 15 giorni dopo. Tutto questo perché un po’ di glicina mista a piccole perdite di sangue permane in utero e vagina.
Come tutte le procedure chirurgiche anche l’isteroscopia operativa necessita di un consenso informato che va letto con attenzione e firmato.

Isteroscopia Diagnostica

Isteroscopia Diagnostica

L’isteroscopia e’ una procedura diagnostico-terapeutica attraverso la quale è possibile visualizzare l’interno dell’utero usufruendo di un ottica collegata ad una telecamera sottilissima.
Possiamo distinguere due tipologie di isteroscopie: diagnostica ed operativa.

L’isteroscopia diagnostica si effettua in ambulatorio così come si andrebbe ad effettuare una visita ginecologica o un ecografia transvaginale. A tal proposito non è necessario un ricovero, non è necessaria anestesia così come non è necessaria una preparazione preoperatoria.
Ci si presenta, quindi, in un ambulatorio dedicato, facendo regolare colazione (non serve assolutamente il digiuno) e si effettua tale procedura che ha l’obiettivo di confermare o meno un reperto per lo più sospettato con l’esame ecografico in pazienti asintomatici o che si presentano per perdite ematiche vaginali anomale ( ad esempio in menopausa) o irregolari ( età fertile). L’esame ecografico può esser considerato il primo step nell’identificazione di neoformazioni endouterine responsabili della sintomatologia. Laddove si ponga il “sospetto” ecografico il passo successivo è quello di effettuare un’isteroscopia che può capir quale sia il reale volto della neoformazione potendo utilizzare una telecamera andando a vedere, quindi, in utero a “occhio nudo”. A volte un isteroscopia diagnostica può diventare anche operativa senza ricorrere ad anestesia se ciò che si visualizza sono polipi di piccole dimensioni che è possibile rimuovere utilizzando mini forbici e mini pinze senza evocare dolore alla paziente.
L’isteroscopia diagnostica prevede l’utilizzo di una soluzione acquosa che serve a dilatare l’utero per poter meglio distinguere le diverse componenti dell’utero (cervice e corpo dell’utero) ed eventuali neoformazioni presenti al suo interno.
Al termine della procedura la paziente potrà far ritorno a casa venendo infornata che per qualche giorno potrà avere perdite di sangue e che tutto questo è normale.
Nel caso in cui l’isteroscopia diagnostica non abbia rilevato presenza di quadri patologici sarà sufficiente una visita ginecologica di controllo dopo un anno;
in caso in cui si siano rimossi piccole neoformazioni endouterine queste verranno mandate ad esame istologico;
Se invece si sono visualizzare neoformazioni di grosse dimensioni sarà utile inviare la paziente ad isteroscopia operativa.

Le vaccinazioni in gravidanza

Le vaccinazioni in gravidanza contribuiscono a ridurre il rischio di contrarre alcune infezioni, prevenibili con i vaccini, che possono colpire il bambino nei primi mesi di vita.

Le vaccinazioni raccomandate in gravidanza sono quelle contro la difterite, tetano, pertosse e influenza.

È stato dimostrato che la trasmissione di anticorpi materni dalla madre al feto avviene soprattutto dopo le 32 settimane di gestazione. Vaccinare una futura mamma in gravidanza, quindi, permette di ridurre il rischio che un bambino contragga infezioni nei primi mesi di vita e durante l’infanzia.

Nel dettaglio:

  • DIFTERITE, TETANO, PERTOSSE: questo vaccino combinato può esser somministrato durante tutto il periodo della gravidanza, ma la protezione più efficace del neonato da parte degli anticorpi materni si ottiene quando la somministrazione avviene fra la 27° e la 36° settimana di gestazione. È importante vaccinarsi per la pertosse in quanto responsabile nel neonato, prima dei 6 mesi di vita, di patologie respiratorie, talvolta gravi, che possono portare anche all’arresto respiratorio.
  • INFLUENZA: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tutte le donne in gravidanza dovrebbero esser vaccinate durante il periodo in cui è più alta la possibilità di contrarre l’influenza, quindi dalla metà di ottobre fino alla fine di dicembre. Il vaccino può essere somministrato in qualsiasi trimestre di gravidanza ed è raccomandato per proteggere la mamma e il bambino nei primi mesi di vita. Vaccinarsi contro l’influenza è importante in quanto può portare, in alcuni casi, a gravi complicazioni respiratorie finanche al ricovero in ospedale e, in casi rari, anche a decesso di donne in gravidanza, soprattutto nel secondo e terzo trimestre e nel primo mese dopo il parto. In ambito neonatale, bambini di età inferiore ai 6 mesi sono quelli più a rischio di gravi complicanze respiratorie.
  • ANTIPNEUMOCOCCO: idealmente tale vaccinazione dovrebbe esser somministrata prima di una gravidanza ma, evidenze scientifiche, hanno dimostrato che la sua somministrazione nel secondo e terzo trimestre è sicura. Lo Streptococco pneumoniae causa malattie molto diffuse tra i neonati e nella prima infanzia quali: otite media acuta, rinosinusiti, polmoniti, meningiti e sepsi.

Ma quali sono quindi i vaccini che possono essere somministrati con sicurezza?

In gravidanza sono controindicati i vaccini vivi attenuati come quello della rosolia e del morbillo, mentre somministrabili in totale sicurezza sono i vaccini cosidetti inattivi a base di proteine (influenza, antipneumococco, pertosse, difterite, tetano).

La sicurezza dei vaccini è elevata e documentata dalla costante attività di sorveglianza dei possibili eventi avversi e dagli studi di sicurezza effettuati prima che il vaccino sia autorizzato all’immissione in commercio.

Attività Fisica in Gravidanza

Le donne dovrebbero esser sempre incoraggiate a fare attività fisica poichè questa ha un ruolo fondamentale nel mantenimento di un ottimo stato psico-fisico in qualsiasi fase della vita, anche in gravidanza.

Un esercizio aerobico regolare durante una gravidanza fisiologica mantiene o migliora la tonicità, la funzione cardiorespiratoria ed il benessere psicologico riducendo, al contempo, i rischi correlati a comorbidità correlate alla sedentarietà. Ovviamente l’esercizio fisico va modificato nel corso della gravidanza tenuto conto dei cambiamenti che avvengono nella donna e per evitare effetti sfavorevoli a carico del feto.

La gravidanza è il tempo ideale per apportare modifiche positive al proprio stile di vita, aumentando l’attività fisica ed effettuando una dieta più sana. Infatti, in gravidanza, la donna tende ad esser più motivata a migliorare abitudini fino a quel momento sbagliate anche perchè tenuto sotto stretto controllo dal proprio ginecologo.

i potenziali benefici correlati all’attività fisica in gravidanza sono:

– benessere psicofisico come viene sperimentato anche da donne non in gravidanza;

– mantenimento o miglioramento dell’attività cardiorespiratoria, allungamento muscolare, elasticità;

– mantenimento o miglioramento dell’agilità, coordinazione, equilibrio, potenza, tempo di reazione e velocità;

– si evita un eccessivo incremento ponderale  in gravidanza;

– prevenzione o riduzione della severità di sintomi muscoloscheletrici, come il dolore alla schiena e del cingolo pelvico;

-prevenzione dell’incontinenza urinaria: gli esercizi per il pavimento pelvico (esercizi di Kegel) effettuati in gravidanza aiutano a ridurre i rischio a breve termine dell’incontinenza urinaria in donne che non soffrivano già precedentemente di questo disordine;

-riduzione del rischio di parto di un neonato macrosoma o grande per epoca gestazionale;

-possibile riduzione nel rischio di sviluppo di diabete gestazionale;

– possibile riduzione nel rischio di sviluppo di preeclampsia;

-possibile riduzione nella durata del primo stadio del travaglio di parto;

– possibile riduzione di rischio di taglio cesareo.

Le donne in gravidanza che vogliono continuare o iniziare un programma di esercizi dovrebbero esser valutate per fattori materni e ostetrici che possano aumentare il rischio di complicazioni materne o fetali.

Infatti, donne con alcune condizioni mediche o ostetriche preesistenti la gravidanza possono avere una restrizione o non esser idonee all’esercizio.

Si parla di controindicazioni assolute in caso di:

– cardiopatia,

– problemi polmonari,

– incompetenza cervicale o cerchiaggio,

– gravidanze multiple a rischio di parto prematuro,

– sanguinamento persistente del secondo o terzo trimestre,

– placenta previa dopo le 26 settimane di gestazione,

– travaglio prematuro,

– rottura delle membrane,

– preeclampsia o ipertensione indotta dalla gravidanza,

– anemia severa.

Si parla invece di controindicazioni relative all’esercizio aerobico in caso di :

– anemia,

– aritmia cardiaca materna,

– bronchite cronica,

– diabete insulino dipendente mal controllato,

– obesità estrema,

– sottopeso estremo (BMI < 12),

– storia di stile di vita estremamente sedentario,

– ritardo di crescita intrauterino,

– ipertensione mal controllata,

– limitazioni ortopediche,

– ipertiroidismo mal controllato,

– fumatore severo

Una sessione di esercizio tipico inizia con stretching di 5-10 minuti, seguito da un programma di esercizio di 30 minuti per sessione (per almeno 150 minuti settimanali). e finisce con un tempo di recupero di 5-10 minuti.

Attività sicure da iniziare e continuare:

camminate, nuoto, ciclette, attività aerobica a basso impatto, yoga (da evitare le posizioni che portano ad una riduzione del ritorno venoso e ipotensione), pilates, esercizio per i muscoli del pavimento pelvico.

Attività da evitare:

sport di contatto (basket, calcio, boxe, hockey);

attività con alto rischio di caduta o contatto della pancia contro superficie dura (sci, sci d’acquaa, surf, ciclismo, equitazione);

immersione;

paracadutismo o parapendio;

hot yoga e hot pilates.

Quando fermare l’esercizio?

In caso di: sanguinamento vaginale, contrazioni dolorose regolari, perdita di liquido amniotico, dispnea,

cefalea, dolore toracico, vertigini.

Irregolarità mestruali

Le irregolarità mestruali sono un disordine ginecologico molto comune tanto da interessare circa un terzo delle donne che vanno in visita dal ginecologo. Possono esser causate da in ampia varietà di malattie locali o sistemiche o legate all’utilizzo di alcuni farmaci.
Le cause più comuni in donne non in gravidanza possono essere di origine uterina (fibromi, polipi endometrial I, adenomiosi), disfunzione ovulatoria, disordini della coagulazione o tumori.
ANOMALIE STRUTTURALI
Sono comuni ed in buona parte dei casi possono essere asintomatiche. Esse sono :
1. Miomi uterini: parliamo soprattutto di fibromi sottomucosi, cioè quelli che sporgono o occupano per intero la cavità uterina;
2. Polipi endometriali: causano soprattutto sanguinamento intermestruale ma talvolta anche mestruazioni lunghe ed abbondanti
3. Adenomiosi: questo disordine si associa spesso a dolore durante la mestruazione o dolore pelvico cornico;
4. Altre lezioni: difetti a carico della cicatrice da taglio cesareo, eccessivo aumento della vascolarizzazione della parte muscolare dell’utero (miometrio) da sospettare in caso di Aborti, curettage ripetuti o taglio cesareo.
DISFUNZIONE OVULATORIA
Se ne parla o quantomeno la di sospetta nel caso in cui vi sia assenza di ciclo ovulatorio o pochi cicli ovulatori. Le donne con questo tipo di problem possono sperimentare assenza di ciclo per due o più mesi oppure cicli mestruali caratterizzati da spotting continuo oppure cicli mestruali abbondanti. Questi tipo di d’ordine si presenta soprattutto agli estremi del periodo fertile (fase post menarca e premenopausale).
Altre condizioni che portano a Disfunzione ovulatoria possono essere: sindrome da Policistosi Ovarica, disordini tiroidei e iperprolattinemia.
DISORDINI COAGULATIVI
In tal senso parliamo di menorragia ( flussi mestruali che durano più di tre giorni) e metrorragia ( sanguinamento che si verifica tra un flusso mestruale e il successivo). Questi due eventi si legano nel 15-20% dei casi a problemi coagulativi (piastrinopenia, trombocitopenia, malattia di von Willebrand)
CAUSE IATROGENE
Donne che usano progestinici, anticoagulanti o dispositivi intrauterini
NEOPLASiE
Iperplasia endometriale o carcinoma o sarcoma uterino
INFEZIONI E INFIAMMAZIONI
Endometrite, PID
L’ecografia pelvica è la prima indagine di scelta da effettuare in donne con irregolarità mestruali, l’ecografia transvaginale e’ l’indagine di scelta, tranne se non si tratti di una donna Virgo nella quale effettuare obbligatoriamente un ecografia transaddominale.
Nel caso in cui l’ecografia transvaginale mostri la presenza  di una neoformazione all’interno dell’utero (polipi, mioma sottomucosi o prevalentemente intramurale), la paziente verrà inviata ad isteroscopia al fine di valutare ad occhio nudo, per mezzo di una telecamera, che tipo di neoformazione e sua grandezza è presente in utero.

Citomegalovirus

L’infezione da Citomegalovirus (CMV) è legata all’azione di un agente virale appartenente alla famiglia degli Herpesvirus. Come altri agenti di questa famiglia, questo rimane in forma “dormiente” nell’organismo a seguito di un infezione primaria, con la possibilità di potersi riattivare. La riattivazione può determinarsi originando da siti diversi dell’organismo e per periodi di tempo prolungati.

Il CMV è l’infezione virale congenita più comune, con una prevalenza alla nascita che varia dallo 0,48 al 1,3%. Le infezioni congenite possono essere asintomatiche o sintomatiche; qualora risultino associate a sintomi possono essere particolarmente gravi. Sia i neonati sintomatici che quelli asintomatici sono a rischio di sviluppo di problematiche che riguardano lo sviluppo neuronale, principalmente la sordità.

L’infezione da CMV può esser contratta in modi diversi:

  • soggiornando nello stesso ambiente,
  • attraverso rapporti sessuali,
  • atteverso trasfusioni e trapianto d’organo.

Il CMV è stato riscontrato nelle urine, saliva, sangue, secrezioni nasofaringee, lacrime, secrezioni vaginali e cervicali, sperma, e latte materno.

Le donne in gravidanza vanno incontro ad infezione da CMV in una percentuale del 2.3% annuo; stessa percentuale dicasi per chi lavora in ospedale specialmente se a contatto con bambini(2,3%); chi lavora negli asili siamo attorno all’8.5%.

Altri gruppi a rischio d’infezione da CMV son: famiglie con un membro affetto da infezione da CMV, le adolescenti, immunocompromessi.

L’infezione primaria da CMV può causare febbricola e sintomatologia aspecifica (mal di gola, malessere generalizzato, raffreddore, mal di testa, stanchezza) anche se nel 90% dei casi non viene riferito alcun sintomo.

La diagnosi di infezione da CMV si ottiene attraverso un test cui deve sottoporsi la donna in gravidanza:

  • come parte di una valutazione diagnostica di malattia che ricorda la mononucleosi;
  • quando l’esame ecografico mette in evidneiza anomalie che facciano pensare ad un infezione congenita da CMV.

L’infezione da CMV nella donna in gravidanza può esser classificata come primaria o non primaria.

Si parla di infezione primaria quando questa si realizza durante la gravidanza. Essa si determina nel 25% dei casi, mentre nel restante 75% l’infezione si determina in donne che contraggono il virus già prima della gravidanza. (infezione materna non primaria).

In gravidanza il contagio del virus può portare ad una trasmissione dalla madre al feto attraverso la placenta, mentre se l’infezione si determina dopo la nascita probabilmente l’infezione è stata trasmessa al neonato durante il passaggio del feto nel canale del parto entrando a contatto con le secrezioni cervicovaginali o, in alternativa, da latte materno infetto.

Le donne che contraggono l’infezione durante la gravidanza sono quelle che presentano rischio maggiore di trasmissione materno-fetale e tale rischio sembra aumentare con il progredire dell’età gestazionale. Si passa infatti dal 5,2 % in epoca preconcezionale, al 16,4% in epoca periconcezionale al 36.5% nel primo trimestre al 40,1% nel secondo trimestre fino al 65% nel terzo trimestre.

Allorquando il neonato presenti sintomi legati all’infezione da CMV (neonati piccoli per età gestazionale, microcefalia, ventricolomegalia, corio retinite, epatosplenomegalia, trombocitopenia), l’indice di mortalità è di circa il 5%, mentre il 50-60% sviluppa deficit neurologici (in primis cecità e sordità oltre a disturbi motori e cognitivi).

Nela maggior parte dei casi però i neonati congenitamente infetti sono inizialmente asintomatici. Il 15-25% di questi neonati svilupperanno, entro i primi tre anni di vita, anomalie dello sviluppo neuronale con sordità.

Nel caso in cui durante la gravidanza vi sia sospetto d’infezione primaria da CMV o qualora a seguito di un esame ecografico si riscontrino segni che facciano pensare a questa infezione, è di fondamentale importanza ricorrere alla diagnosi prenatale invasiva (amniocentesi) al fine di capire se il feto ha contratto o meno il CMV.

Tenuto conto delle caratteristiche del CMV, di fondamentale importanza risultano le corrette abitudini da parte della donna in gravidanza al fine di prevenire l’infezione da CMV, quali:

●corretta igiene personale in gravidanza, specialmente lavar bene le mani con sapone e acqua dopo contatto con secrezioni orali, nasali e pannolini. Lavare le mani per almeno 15-20 secondi.

●evitare di baciare i bambini sotto i 6 anni sulle labbra o guancia, meglio baciarli sulla fonte o dar loro una carezza.

●non condividere cibo, bevande o utensili orali (forchetta, cucchiaio, spazzolino) con ragazzi giovani..

●pulire giocattoli, pavimenti e altre superfici che entrano in contatto con urina e/o saliva dei bambini

La Candidiasi vulvovaginale

La Candidiasi vulvovaginale è un disordine caratterizzato da un processo infiammatorio legato all’azione di un agente micotico appartenente alla famiglia della Candida.

Le specie appartenenti alla Candida possono essere identificate nel basso tratto genitale nel 10-20% delle donne in età fertile, 6-7% delle donne in epoca menopausale e 3-6% di ragazze in età prepuberale. In tal senso il riscontro occasionale di una Candida (mediante tampone vaginale effettuato per altra causa), non implica necessariamente il dover intervenire farmacologicamente. Si interverrà, infatti, solo in presenza di un processo infiammatorio in atto.

La prevalenza di candidiasi vulvovaginale è molto alta nelle donne in età fertile: il 55% delle donne appartenenti a questa fase della vita ne sperimentano almeno un episodio a partire dai 25 anni, il 29-49% in epoca premenopausale e il 9% riportano di aver avuto almeno 4 episodi in un anno (si parla di candidiasi ricorrente)

Nella maggioranza dei casi responsabile della vulvo vaginite da Candida è il ceppo della Candida albicans (80-92%). Nella restante percentuale risulta invece coinvolto principalmente la Candida glabrata..

La Candida aggredisce la vagina migrando dal retto attraverso l’area perianale; meno frequentemente la trasmissione risulta essere per via sessuale o a partenza da un infezione vaginale recidivante.

Fattori di rischio che predispongono all’infezione sintomatica sono:

  • Diabete mellito
  • Utilizzo di antibiotici
  • Aumentati livelli di estrogeni— uso di contraccettivi orali (soprattutto quando la dose di estrogeni è elevata), gravidanza e terapia estrogenica.
  • Immunosoppressione— coloro che effettuano terapie immunosuppressive o con infezione da HIV.
  • Dispositivi contraccettivi
  • Trasmissione sessuale.— la Candidiasi vulvaginale non è da considerare una tipica malattia sessualmente trasmessa in quanto riscontrabile anche in donne virgo e poichè tale batterio risulta parte della norma flora vaginale. Questo non significa che la trasmissione sessuale della Candida non si verifichi o che la candidiasi vulvovaginale non si associ con attività sessuale. Infatti, un aumentata frequenza di candidiasi vulvovaginale è stata riscontrata nelle giovani donne che iniziano ad aver rapporti sessuali

Il prurito vulvare è il principale segno di candidiasi vulvovaginale. Altri segni sono il bruciore, l’irritazione, i disturbi urinari o il dolore ai rapporti sessuali. I sintomi appaiono spesso peggiorare nella settimana che precede la mestruazione.

Alla visita ginecologica si riscontrano spesso perdite biancastre, a grumi, con poco o nessun cattivo odore. Spesso però le perdite possono anche essere atipiche, non distinguibili da altre tipologie di vaginiti.

 

La terapia ha il compito di risolvere la sintomatologia. Infatti, il 10-20% di donne in età fertile che presentano Candida, ma sono asintomatiche,non devono essere trattate.

Il trattamento farmacologico va riservato, infatti, ai casi di donne con infezione non complicata (90 % delle pazienti) o complicata (10% delle pazienti)

Le infezioni non complicate di solito rispondono al trattamento in un paio di giorni. Le infezioni complicate richiedono un decorso più lungo con una durata terapeutica di almeno un paio di settimane.

Dispareunia – Dolore durante i rapporti sessuali dopo il parto

DISPAREUNIA (DOLORE DURANTE I RAPPORTI SESSUALI) DOPO IL PARTO
Ho deciso di affrontare questo argomento in seguito a diversi casi di donne che mi hanno riferito durante visita ginecologica episodi di dolore durante i rapporti sessuali dopo l’evento parto.Facciamo quindi un po’ di chiarezza.

Cominciamo con il dire che, in gergo medico, questo tipo di dolore prende il nome di Dispareunia. Si tratta di un sintomo che può interessare la ragazza adolescente così come la donna in età matura.

Nel caso specifico però ci soffermiamo sul sintomo che compare dopo il parto.
Sono diversi i fattori che possono portare a dispareunia:
– sequele dell’episiorrafia. L’episiorrafia è la sutura che viene effettuata a livello vulvare in seguito all’esecuzione dell’episiotomia (taglio che viene fatta dal medico o dall’ostetrica per facilitare la fuoriuscita della testa fetale quando ci si rende conto che la donna è a rischio di importanti lacerazioni o quando è necessario accelerare l’espulsione del feto). La guarigione dell’episiorrafia
può portare alla formazione di tessuto indurito e retratto, soprattutto se nell’immediato postpartum si è determinata un’ infezione a livello vulvare tale che la ferita è dovuta guarire “per seconda intenzione”.

In pratica può accadere che nonostante la ferita sia stata suturata (episiorrafia), il tessuto, invece che andare incontro a guarigione, si riapre per poi guarire impiegando più tempo, dovendo aspettare la formazione di tessuto sano che si riforma dal basso verso l’alto.

Tale tessuto “guarito” si presenta però, spesso, retratto e indurito con conseguente comparsa di dispareunia a causa di un dolore molto forte in particolar modo all’ingresso della vagina;
– dispareunia legata a mialgia. Ciò che si determina è una contrazione del muscolo che circonda la vagina, scatenato da un dolore fisso che, ovviamente, peggiora durante i tentativi di rapporto. In questo caso esistono dei punti di dolorabilità più forti corrispondenti alle zone d’inserzione del muscolo, responsabili della sintomatologia dolorosa avvertita all’interno della vagina;
– secchezza vaginale.

L’evento parto determina un crollo dei livelli ormonali con conseguenza, in
primis, sul tono dell’umore ma talora anche sulla lubrificazione vaginale.
– vestibolite vulvare. Parliamo di un evento infiammatorio che interviene principalmente all’ingresso della vagina, legato a microtraumi che si determinano allorquando il rapporto sessuale avviene in tempi “sbagliati” non dando modo alla donna di esser adeguatamente lubrificata. La
vestibolite si associa altresì a ipercontrattilità e dolore muscolare.

La terapia ovviamente dipende dalla causa scatenante. In generale sarà importante:
– Affrontare e risolvere il problema della scarsa lubrificazione che può determinare secchezza vaginale e/o vestibolite vulvare con terapia estrogenica locale in modo da non interferire con l’allattamento;

– Affrontare e risolvere l’ipercontrattilità muscolare con auto massaggio o inviando la donna presso centri di terapia riabilitativa con tecniche specifiche;
– ridurre l’infiammazione e il dolore locale, con un gel vaginale a base di aliamidi, in grado di agire sull’infiammazione vaginale e di favorire una corretta cicatrizzazione. Il gel ha risultati ancora migliori e più rapidi se viene applicato in vagina e sulla vulva, dove è situata la cicatrice, con massaggi locali di 4-5 minuti, due o tre volte al giorno.

Va inoltre sottolineato l’importanza di un igiene intima adeguata nelle donne che hanno partorito.
Infatti, risulta essenziale:
– un’igiene intima appropriata con saponi curativi che rispettino il pH vulvare e riducano l’infiammazione vulvare e vestibolare;
– automassaggi con il gel a base di olio di iperico o di aliamidi;
– una ginnastica specifica per la riabilitazione dei muscoli del pavimento pelvico, che dopo il partosono molto lassi e distesi.