Isteroscopia Operativa

Isteroscopia operativa

L’isteroscopia operativa è una procedura che si effettua in Day Surgery entrando in ospedale al mattino a digiuno ed andando via nel tardo pomeriggio. Il ricovero è preceduto da una giornata, spesso una settimana- 10 giorni prima, durante la quale si viene in ospedale a compilare la cartella clinica, fare elettrocardiogramma, prelievo di sangue in previsione della procedura chirurgica e visita anestesiologica. Come già detto precedentemente, infatti, mentre l’isteroscopia diagnostica non prevede ricovero, esami ed anestesia, l’isteroscopia operativa è invece una vera e propria piccola procedura chirurgica nella quale serve che la donna sia completamente rilassata per un periodo di tempo che difficilmente supera i 30 Minuti.

L’isteroscopia operativa infatti è caratterizzata dall’utilizzo di una telecamera di dimensioni maggiori rispetto alla procedura diagnostica e per tal ragione è necessario procede alla dilatazione del collo dell’utero con dilatatori a misurazione crescente in modo poi da poter inserire l’isteroscopio. Quest’ultimo è dotato sulla sua estremità di un ansa deputata a coagulare e tagliare tessuto riferibile a polipo, fibroma o setti presenti all’interno dell’utero. Alla fine della procedura infatti l’utero deve apparire completamente svuotato da qualsiasi neoformazione e tutto ciò che si deve vedere e una cavità a cui lati è possibile riconoscere gli osti tubarici.

La cavità endouterina si distende grazie all’immissione al suo interno di una soluzione di glicina. Al termine della procedura tutto il materiale asportato verrà mandato ad esame istologico e la risposta sarà per lo più pronta nell’arco di 30 giorni. È opportuno informare che la donna potrà aver perdite di sangue nei giorni successivi all’intervento che possono durare fino a 15 giorni dopo. Tutto questo perché un po’ di glicina mista a piccole perdite di sangue permane in utero e vagina.
Come tutte le procedure chirurgiche anche l’isteroscopia operativa necessita di un consenso informato che va letto con attenzione e firmato.

Isteroscopia Diagnostica

Isteroscopia Diagnostica

L’isteroscopia e’ una procedura diagnostico-terapeutica attraverso la quale è possibile visualizzare l’interno dell’utero usufruendo di un ottica collegata ad una telecamera sottilissima.
Possiamo distinguere due tipologie di isteroscopie: diagnostica ed operativa.

L’isteroscopia diagnostica si effettua in ambulatorio così come si andrebbe ad effettuare una visita ginecologica o un ecografia transvaginale. A tal proposito non è necessario un ricovero, non è necessaria anestesia così come non è necessaria una preparazione preoperatoria.
Ci si presenta, quindi, in un ambulatorio dedicato, facendo regolare colazione (non serve assolutamente il digiuno) e si effettua tale procedura che ha l’obiettivo di confermare o meno un reperto per lo più sospettato con l’esame ecografico in pazienti asintomatici o che si presentano per perdite ematiche vaginali anomale ( ad esempio in menopausa) o irregolari ( età fertile). L’esame ecografico può esser considerato il primo step nell’identificazione di neoformazioni endouterine responsabili della sintomatologia. Laddove si ponga il “sospetto” ecografico il passo successivo è quello di effettuare un’isteroscopia che può capir quale sia il reale volto della neoformazione potendo utilizzare una telecamera andando a vedere, quindi, in utero a “occhio nudo”. A volte un isteroscopia diagnostica può diventare anche operativa senza ricorrere ad anestesia se ciò che si visualizza sono polipi di piccole dimensioni che è possibile rimuovere utilizzando mini forbici e mini pinze senza evocare dolore alla paziente.
L’isteroscopia diagnostica prevede l’utilizzo di una soluzione acquosa che serve a dilatare l’utero per poter meglio distinguere le diverse componenti dell’utero (cervice e corpo dell’utero) ed eventuali neoformazioni presenti al suo interno.
Al termine della procedura la paziente potrà far ritorno a casa venendo infornata che per qualche giorno potrà avere perdite di sangue e che tutto questo è normale.
Nel caso in cui l’isteroscopia diagnostica non abbia rilevato presenza di quadri patologici sarà sufficiente una visita ginecologica di controllo dopo un anno;
in caso in cui si siano rimossi piccole neoformazioni endouterine queste verranno mandate ad esame istologico;
Se invece si sono visualizzare neoformazioni di grosse dimensioni sarà utile inviare la paziente ad isteroscopia operativa.

Le vaccinazioni in gravidanza

Le vaccinazioni in gravidanza contribuiscono a ridurre il rischio di contrarre alcune infezioni, prevenibili con i vaccini, che possono colpire il bambino nei primi mesi di vita.

Le vaccinazioni raccomandate in gravidanza sono quelle contro la difterite, tetano, pertosse e influenza.

È stato dimostrato che la trasmissione di anticorpi materni dalla madre al feto avviene soprattutto dopo le 32 settimane di gestazione. Vaccinare una futura mamma in gravidanza, quindi, permette di ridurre il rischio che un bambino contragga infezioni nei primi mesi di vita e durante l’infanzia.

Nel dettaglio:

  • DIFTERITE, TETANO, PERTOSSE: questo vaccino combinato può esser somministrato durante tutto il periodo della gravidanza, ma la protezione più efficace del neonato da parte degli anticorpi materni si ottiene quando la somministrazione avviene fra la 27° e la 36° settimana di gestazione. È importante vaccinarsi per la pertosse in quanto responsabile nel neonato, prima dei 6 mesi di vita, di patologie respiratorie, talvolta gravi, che possono portare anche all’arresto respiratorio.
  • INFLUENZA: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tutte le donne in gravidanza dovrebbero esser vaccinate durante il periodo in cui è più alta la possibilità di contrarre l’influenza, quindi dalla metà di ottobre fino alla fine di dicembre. Il vaccino può essere somministrato in qualsiasi trimestre di gravidanza ed è raccomandato per proteggere la mamma e il bambino nei primi mesi di vita. Vaccinarsi contro l’influenza è importante in quanto può portare, in alcuni casi, a gravi complicazioni respiratorie finanche al ricovero in ospedale e, in casi rari, anche a decesso di donne in gravidanza, soprattutto nel secondo e terzo trimestre e nel primo mese dopo il parto. In ambito neonatale, bambini di età inferiore ai 6 mesi sono quelli più a rischio di gravi complicanze respiratorie.
  • ANTIPNEUMOCOCCO: idealmente tale vaccinazione dovrebbe esser somministrata prima di una gravidanza ma, evidenze scientifiche, hanno dimostrato che la sua somministrazione nel secondo e terzo trimestre è sicura. Lo Streptococco pneumoniae causa malattie molto diffuse tra i neonati e nella prima infanzia quali: otite media acuta, rinosinusiti, polmoniti, meningiti e sepsi.

Ma quali sono quindi i vaccini che possono essere somministrati con sicurezza?

In gravidanza sono controindicati i vaccini vivi attenuati come quello della rosolia e del morbillo, mentre somministrabili in totale sicurezza sono i vaccini cosidetti inattivi a base di proteine (influenza, antipneumococco, pertosse, difterite, tetano).

La sicurezza dei vaccini è elevata e documentata dalla costante attività di sorveglianza dei possibili eventi avversi e dagli studi di sicurezza effettuati prima che il vaccino sia autorizzato all’immissione in commercio.

Attività Fisica in Gravidanza

Le donne dovrebbero esser sempre incoraggiate a fare attività fisica poichè questa ha un ruolo fondamentale nel mantenimento di un ottimo stato psico-fisico in qualsiasi fase della vita, anche in gravidanza.

Un esercizio aerobico regolare durante una gravidanza fisiologica mantiene o migliora la tonicità, la funzione cardiorespiratoria ed il benessere psicologico riducendo, al contempo, i rischi correlati a comorbidità correlate alla sedentarietà. Ovviamente l’esercizio fisico va modificato nel corso della gravidanza tenuto conto dei cambiamenti che avvengono nella donna e per evitare effetti sfavorevoli a carico del feto.

La gravidanza è il tempo ideale per apportare modifiche positive al proprio stile di vita, aumentando l’attività fisica ed effettuando una dieta più sana. Infatti, in gravidanza, la donna tende ad esser più motivata a migliorare abitudini fino a quel momento sbagliate anche perchè tenuto sotto stretto controllo dal proprio ginecologo.

i potenziali benefici correlati all’attività fisica in gravidanza sono:

– benessere psicofisico come viene sperimentato anche da donne non in gravidanza;

– mantenimento o miglioramento dell’attività cardiorespiratoria, allungamento muscolare, elasticità;

– mantenimento o miglioramento dell’agilità, coordinazione, equilibrio, potenza, tempo di reazione e velocità;

– si evita un eccessivo incremento ponderale  in gravidanza;

– prevenzione o riduzione della severità di sintomi muscoloscheletrici, come il dolore alla schiena e del cingolo pelvico;

-prevenzione dell’incontinenza urinaria: gli esercizi per il pavimento pelvico (esercizi di Kegel) effettuati in gravidanza aiutano a ridurre i rischio a breve termine dell’incontinenza urinaria in donne che non soffrivano già precedentemente di questo disordine;

-riduzione del rischio di parto di un neonato macrosoma o grande per epoca gestazionale;

-possibile riduzione nel rischio di sviluppo di diabete gestazionale;

– possibile riduzione nel rischio di sviluppo di preeclampsia;

-possibile riduzione nella durata del primo stadio del travaglio di parto;

– possibile riduzione di rischio di taglio cesareo.

Le donne in gravidanza che vogliono continuare o iniziare un programma di esercizi dovrebbero esser valutate per fattori materni e ostetrici che possano aumentare il rischio di complicazioni materne o fetali.

Infatti, donne con alcune condizioni mediche o ostetriche preesistenti la gravidanza possono avere una restrizione o non esser idonee all’esercizio.

Si parla di controindicazioni assolute in caso di:

– cardiopatia,

– problemi polmonari,

– incompetenza cervicale o cerchiaggio,

– gravidanze multiple a rischio di parto prematuro,

– sanguinamento persistente del secondo o terzo trimestre,

– placenta previa dopo le 26 settimane di gestazione,

– travaglio prematuro,

– rottura delle membrane,

– preeclampsia o ipertensione indotta dalla gravidanza,

– anemia severa.

Si parla invece di controindicazioni relative all’esercizio aerobico in caso di :

– anemia,

– aritmia cardiaca materna,

– bronchite cronica,

– diabete insulino dipendente mal controllato,

– obesità estrema,

– sottopeso estremo (BMI < 12),

– storia di stile di vita estremamente sedentario,

– ritardo di crescita intrauterino,

– ipertensione mal controllata,

– limitazioni ortopediche,

– ipertiroidismo mal controllato,

– fumatore severo

Una sessione di esercizio tipico inizia con stretching di 5-10 minuti, seguito da un programma di esercizio di 30 minuti per sessione (per almeno 150 minuti settimanali). e finisce con un tempo di recupero di 5-10 minuti.

Attività sicure da iniziare e continuare:

camminate, nuoto, ciclette, attività aerobica a basso impatto, yoga (da evitare le posizioni che portano ad una riduzione del ritorno venoso e ipotensione), pilates, esercizio per i muscoli del pavimento pelvico.

Attività da evitare:

sport di contatto (basket, calcio, boxe, hockey);

attività con alto rischio di caduta o contatto della pancia contro superficie dura (sci, sci d’acquaa, surf, ciclismo, equitazione);

immersione;

paracadutismo o parapendio;

hot yoga e hot pilates.

Quando fermare l’esercizio?

In caso di: sanguinamento vaginale, contrazioni dolorose regolari, perdita di liquido amniotico, dispnea,

cefalea, dolore toracico, vertigini.

Irregolarità mestruali

Irregolarità Mestruali: Cause, Sintomi e Rimedi

Le irregolarità mestruali sono un problema comune che colpisce molte donne in età fertile. Sebbene ogni ciclo mestruale possa variare leggermente in lunghezza e intensità, anomalie frequenti o persistenti possono essere segno di squilibri ormonali, patologie sottostanti o fattori legati allo stile di vita. In questo articolo esploreremo le cause delle irregolarità mestruali, i sintomi associati e i rimedi più efficaci per ripristinare un ciclo regolare.

Che cosa si intende per Irregolarità Mestruali?

Il ciclo mestruale normale dura tra i 21 e i 35 giorni, con una media di 28 giorni. Quando il ciclo è più corto, più lungo o presenta variazioni significative nella sua durata e intensità, si parla di irregolarità mestruali. Le principali anomalie includono:

  • Oligomenorrea: cicli mestruali rari o distanziati (oltre 35 giorni tra una mestruazione e l’altra).
  • Polimenorrea: cicli mestruali troppo frequenti (meno di 21 giorni tra un ciclo e l’altro).
  • Amenorrea: assenza di mestruazioni per almeno tre mesi consecutivi.
  • Menorragia: flusso mestruale eccessivo o prolungato.
  • Dismenorrea: dolore mestruale intenso e debilitante.
  • Metrorragia: sanguinamenti irregolari al di fuori del ciclo mestruale.

Cause delle Irregolarità Mestruali

Le irregolarità del ciclo mestruale possono derivare da molteplici fattori. Vediamo le cause più comuni:

1. Squilibri Ormonali

Gli ormoni estrogeni e progesterone regolano il ciclo mestruale. Qualsiasi squilibrio, causato da fattori naturali o patologici, può provocare irregolarità.

  • Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS): una condizione caratterizzata da cicli irregolari, aumento degli androgeni e cisti ovariche.
  • Perimenopausa: il periodo che precede la menopausa, caratterizzato da sbalzi ormonali.
  • Disturbi della tiroide: ipotiroidismo e ipertiroidismo possono alterare il ciclo mestruale.

2. Stress e Stile di Vita

Lo stress cronico influisce sul rilascio di ormoni da parte dell’ipotalamo, alterando il ciclo mestruale. Anche altri fattori legati allo stile di vita possono contribuire:

  • Eccessivo esercizio fisico: tipico nelle atlete professioniste.
  • Diete drastiche o sottopeso: possono causare amenorrea.
  • Obesità: associata a resistenza insulinica e PCOS.

3. Uso di Contraccettivi

L’uso di contraccettivi ormonali, come la pillola anticoncezionale o la spirale ormonale, può influenzare il ciclo mestruale, provocando sanguinamenti irregolari nei primi mesi di utilizzo.

4. Patologie Ginecologiche

Alcune condizioni mediche possono essere responsabili delle irregolarità mestruali:

  • Endometriosi: crescita anomala del tessuto endometriale fuori dall’utero.
  • Fibromi uterini: tumori benigni dell’utero che possono causare menorragia.
  • Malattie infiammatorie pelviche: infezioni che possono alterare il normale funzionamento degli organi riproduttivi.

Sintomi Associati alle Irregolarità Mestruali

Oltre alla variazione nella durata e nell’intensità del ciclo, le irregolarità mestruali possono accompagnarsi ad altri sintomi:

  • Dolore pelvico o crampi intensi
  • Stanchezza e affaticamento cronico
  • Cambiamenti di peso inspiegabili
  • Acne e aumento della peluria corporea (sintomi della PCOS)
  • Sbalzi d’umore e irritabilità

Se questi sintomi sono persistenti, è importante consultare un ginecologo per una valutazione approfondita.

Diagnosi e Trattamenti

Diagnosi

Il medico può richiedere vari esami per identificare la causa delle irregolarità mestruali:

  • Esami del sangue per valutare i livelli ormonali, tra cui FSH, LH, estrogeni, progesterone e ormoni tiroidei.
  • Ecografia pelvica per controllare lo stato delle ovaie e dell’utero.
  • Isteroscopia in caso di sospette anomalie uterine.

Rimedi e Trattamenti

A seconda della causa, il trattamento delle irregolarità mestruali può includere:

1. Cambiamenti nello Stile di Vita

  • Gestione dello stress: yoga, meditazione e tecniche di rilassamento.
  • Dieta equilibrata: evitare diete drastiche e aumentare l’apporto di proteine e grassi sani.
  • Attività fisica moderata: evitare l’eccesso di allenamento.

2. Trattamenti Ormonali

  • Pillola anticoncezionale: aiuta a regolare il ciclo nelle donne con PCOS o squilibri ormonali.
  • Terapia ormonale sostitutiva: indicata nelle donne in perimenopausa.

3. Farmaci Specifici

  • Metformina: utilizzata per migliorare la sensibilità all’insulina nelle donne con PCOS.
  • Antinfiammatori e antidolorifici: per alleviare i sintomi della dismenorrea.

4. Interventi Chirurgici

In caso di fibromi uterini o endometriosi severa, il medico può consigliare trattamenti chirurgici, come la laparoscopia.

Le irregolarità mestruali sono un segnale da non sottovalutare, poiché possono nascondere problematiche di salute importanti. Mantenere uno stile di vita sano, monitorare i sintomi e consultare un ginecologo in caso di anomalie persistenti sono passi fondamentali per preservare il benessere femminile. Se soffri di irregolarità mestruali, non esitare a cercare il supporto di un professionista per individuare la soluzione più adatta al tuo caso.

Citomegalovirus

L’infezione da Citomegalovirus (CMV) è legata all’azione di un agente virale appartenente alla famiglia degli Herpesvirus. Come altri agenti di questa famiglia, questo rimane in forma “dormiente” nell’organismo a seguito di un infezione primaria, con la possibilità di potersi riattivare. La riattivazione può determinarsi originando da siti diversi dell’organismo e per periodi di tempo prolungati.

Il CMV è l’infezione virale congenita più comune, con una prevalenza alla nascita che varia dallo 0,48 al 1,3%. Le infezioni congenite possono essere asintomatiche o sintomatiche; qualora risultino associate a sintomi possono essere particolarmente gravi. Sia i neonati sintomatici che quelli asintomatici sono a rischio di sviluppo di problematiche che riguardano lo sviluppo neuronale, principalmente la sordità.

L’infezione da CMV può esser contratta in modi diversi:

  • soggiornando nello stesso ambiente,
  • attraverso rapporti sessuali,
  • atteverso trasfusioni e trapianto d’organo.

Il CMV è stato riscontrato nelle urine, saliva, sangue, secrezioni nasofaringee, lacrime, secrezioni vaginali e cervicali, sperma, e latte materno.

Le donne in gravidanza vanno incontro ad infezione da CMV in una percentuale del 2.3% annuo; stessa percentuale dicasi per chi lavora in ospedale specialmente se a contatto con bambini(2,3%); chi lavora negli asili siamo attorno all’8.5%.

Altri gruppi a rischio d’infezione da CMV son: famiglie con un membro affetto da infezione da CMV, le adolescenti, immunocompromessi.

L’infezione primaria da CMV può causare febbricola e sintomatologia aspecifica (mal di gola, malessere generalizzato, raffreddore, mal di testa, stanchezza) anche se nel 90% dei casi non viene riferito alcun sintomo.

La diagnosi di infezione da CMV si ottiene attraverso un test cui deve sottoporsi la donna in gravidanza:

  • come parte di una valutazione diagnostica di malattia che ricorda la mononucleosi;
  • quando l’esame ecografico mette in evidneiza anomalie che facciano pensare ad un infezione congenita da CMV.

L’infezione da CMV nella donna in gravidanza può esser classificata come primaria o non primaria.

Si parla di infezione primaria quando questa si realizza durante la gravidanza. Essa si determina nel 25% dei casi, mentre nel restante 75% l’infezione si determina in donne che contraggono il virus già prima della gravidanza. (infezione materna non primaria).

In gravidanza il contagio del virus può portare ad una trasmissione dalla madre al feto attraverso la placenta, mentre se l’infezione si determina dopo la nascita probabilmente l’infezione è stata trasmessa al neonato durante il passaggio del feto nel canale del parto entrando a contatto con le secrezioni cervicovaginali o, in alternativa, da latte materno infetto.

Le donne che contraggono l’infezione durante la gravidanza sono quelle che presentano rischio maggiore di trasmissione materno-fetale e tale rischio sembra aumentare con il progredire dell’età gestazionale. Si passa infatti dal 5,2 % in epoca preconcezionale, al 16,4% in epoca periconcezionale al 36.5% nel primo trimestre al 40,1% nel secondo trimestre fino al 65% nel terzo trimestre.

Allorquando il neonato presenti sintomi legati all’infezione da CMV (neonati piccoli per età gestazionale, microcefalia, ventricolomegalia, corio retinite, epatosplenomegalia, trombocitopenia), l’indice di mortalità è di circa il 5%, mentre il 50-60% sviluppa deficit neurologici (in primis cecità e sordità oltre a disturbi motori e cognitivi).

Nela maggior parte dei casi però i neonati congenitamente infetti sono inizialmente asintomatici. Il 15-25% di questi neonati svilupperanno, entro i primi tre anni di vita, anomalie dello sviluppo neuronale con sordità.

Nel caso in cui durante la gravidanza vi sia sospetto d’infezione primaria da CMV o qualora a seguito di un esame ecografico si riscontrino segni che facciano pensare a questa infezione, è di fondamentale importanza ricorrere alla diagnosi prenatale invasiva (amniocentesi) al fine di capire se il feto ha contratto o meno il CMV.

Tenuto conto delle caratteristiche del CMV, di fondamentale importanza risultano le corrette abitudini da parte della donna in gravidanza al fine di prevenire l’infezione da CMV, quali:

●corretta igiene personale in gravidanza, specialmente lavar bene le mani con sapone e acqua dopo contatto con secrezioni orali, nasali e pannolini. Lavare le mani per almeno 15-20 secondi.

●evitare di baciare i bambini sotto i 6 anni sulle labbra o guancia, meglio baciarli sulla fonte o dar loro una carezza.

●non condividere cibo, bevande o utensili orali (forchetta, cucchiaio, spazzolino) con ragazzi giovani..

●pulire giocattoli, pavimenti e altre superfici che entrano in contatto con urina e/o saliva dei bambini

La Candidiasi vulvovaginale

La Candidiasi Vulvovaginale: Cause, Sintomi, Trattamenti e Prevenzione

La candidiasi vulvovaginale è un’infezione comune e fastidiosa che colpisce molte donne in tutto il mondo. Conosciuta anche come infezione da Candida o candidosi, questa condizione può causare disagio, prurito e infiammazione nella zona vulvovaginale. In questo articolo, esploreremo le cause, i sintomi, i trattamenti e le strategie di prevenzione per affrontare questa problematica.

Cos’è la Candidiasi Vulvovaginale?

La candidiasi vulvovaginale è un’infezione micotica causata principalmente dal fungo Candida albicans. Questo tipo di infezione può interessare la vagina e l’area vulvare e può verificarsi sia nelle donne in età fertile che in quelle in post-menopausa. Si tratta di un agente micotico che è normalmente presente nel corpo umano, ma che inizia a fare problemi quando comincia ad essere presente in abbondanza.

Cause della Candidiasi Vulvovaginale:

Ci sono diverse ragioni per cui si verifica un aumentata presenza di Candida albicans, tra cui:

Fluttuazioni ormonali: Le variazioni ormonali che si verificano durante il ciclo mestruale, la gravidanza, l’allattamento o l’uso di contraccettivi orali possono favorire la crescita del fungo.
Uso di antibiotici: L’assunzione prolungata di antibiotici può alterare l’equilibrio naturale dei batteri vaginali, favorendo così la crescita di Candida albicans.
Sistema immunitario debole: Un sistema immunitario indebolito può rendere il corpo meno in grado di contrastare la crescita eccessiva del fungo.
Diabete non controllato: Persone con diabete non adeguatamente controllato possono avere livelli elevati di zucchero nel sangue, che possono fornire un ambiente favorevole alla crescita della Candida.
Abbigliamento o igiene inadeguata: Indossare indumenti stretti o umidi a lungo, o non seguire una buona igiene intima, può creare condizioni ideali per l’insorgenza dell’infezione.
Rapporti sessuali non protetti: Anche se la candidiasi vulvovaginale non è una malattia sessualmente trasmessa, i rapporti sessuali non protetti possono aumentare il rischio di infezione. Il partner, infatti, può essere portatore di candida senza soffrire di alcun sintomo che, al contrario, si manifesta in tutta la sua sintomatologia nella donna.

Sintomi della Candidiasi Vulvovaginale:

I sintomi della candidiasi vulvovaginale possono variare da lievi a intensi e includono:

Prurito intenso: Il prurito nella zona vulvare e vaginale è uno dei sintomi più comuni dell’infezione da Candida.
Bruciore e dolore: Molte donne sperimentano bruciore e dolore durante la minzione o i rapporti sessuali.
Perdite vaginali anomale: la paziente può riferire perdite vaginali biancastre, a grumi di ricotta, come poi confermato all’esame speculare.
Arrossamento e gonfiore: L’area vulvare può apparire arrossata e gonfia.
Sensazione di disagio: Molte donne riferiscono di sentirsi generalmente scomode e irritate nella zona genitale.

Se si verificano questi sintomi, è importante consultare un medico per ottenere una corretta diagnosi e un trattamento adeguato.

Trattamenti per la Candidiasi Vulvovaginale:

Il trattamento della candidiasi vulvovaginale si basa solitamente sull’uso di antifungini, che possono essere somministrati sotto forma di creme, ovuli o compresse. Alcuni trattamenti comuni includono:

Antifungini da banco: Alcuni antifungini sono disponibili senza prescrizione medica e possono essere efficaci per infezioni lievi e ricorrenti.
Antifungini prescritti: Per infezioni più gravi o resistenti, il medico può prescrivere antifungini più potenti.
Terapie alternative: In alcuni casi, possono essere considerate terapie alternative, come l’uso di probiotici vaginali per ristabilire l’equilibrio dei batteri.
E’ importante seguire attentamente le indicazioni del medico e completare il corso di trattamento prescritto, anche se i sintomi migliorano prima della fine del trattamento.

Prevenzione della Candidiasi Vulvovaginale:

Alcune misure possono essere adottate per ridurre il rischio di sviluppare la candidiasi vulvovaginale o prevenirne il ritorno:

Mantieni una buona igiene: Lavarsi regolarmente con acqua e sapone neutro e asciugarsi bene dopo il bagno o la doccia.
Indossare biancheria intima di cotone: Evitare indumenti sintetici o stretti, e preferire biancheria intima di cotone per favorire la traspirazione.
Evita lavande interne: L’utilizzo di prodotti per il lavaggio vaginale può alterare l’equilibrio naturale della vagina e aumentare il rischio di infezioni.
Limita l’uso di antibiotici: Prendi antibiotici solo quando prescritti dal medico e completa sempre il corso del trattamento. L’uso dell’antibiotico va sempre associato all’utilizzo di fermenti lattici.
Segui una dieta equilibrata: Mantieni una dieta sana e bilanciata, limitando l’assunzione di zuccheri e farine raffinati, che possono favorire la crescita della Candida, favorendo una dieta proteica e a base di farine integrali
Evita rapporti sessuali non protetti: L’uso del preservativo può aiutare a ridurre il rischio di trasmissione del fungo.

La candidiasi vulvovaginale è un’infezione comune che può causare notevole disagio alle donne. Tuttavia, con un trattamento adeguato e misure preventive adeguate, è possibile affrontare questa condizione in modo efficace. Se sospetti di avere un’infezione da Candida, consulta sempre un medico per una diagnosi accurata e un trattamento appropriato.

Dispareunia – Dolore durante i rapporti sessuali dopo il parto

DISPAREUNIA (DOLORE DURANTE I RAPPORTI SESSUALI) DOPO IL PARTO
Ho deciso di affrontare questo argomento in seguito a diversi casi di donne che mi hanno riferito durante visita ginecologica episodi di dolore durante i rapporti sessuali dopo l’evento parto.Facciamo quindi un po’ di chiarezza.

Cominciamo con il dire che, in gergo medico, questo tipo di dolore prende il nome di Dispareunia. Si tratta di un sintomo che può interessare la ragazza adolescente così come la donna in età matura.

Nel caso specifico però ci soffermiamo sul sintomo che compare dopo il parto.
Sono diversi i fattori che possono portare a dispareunia:
– sequele dell’episiorrafia. L’episiorrafia è la sutura che viene effettuata a livello vulvare in seguito all’esecuzione dell’episiotomia (taglio che viene fatta dal medico o dall’ostetrica per facilitare la fuoriuscita della testa fetale quando ci si rende conto che la donna è a rischio di importanti lacerazioni o quando è necessario accelerare l’espulsione del feto). La guarigione dell’episiorrafia
può portare alla formazione di tessuto indurito e retratto, soprattutto se nell’immediato postpartum si è determinata un’ infezione a livello vulvare tale che la ferita è dovuta guarire “per seconda intenzione”.

In pratica può accadere che nonostante la ferita sia stata suturata (episiorrafia), il tessuto, invece che andare incontro a guarigione, si riapre per poi guarire impiegando più tempo, dovendo aspettare la formazione di tessuto sano che si riforma dal basso verso l’alto.

Tale tessuto “guarito” si presenta però, spesso, retratto e indurito con conseguente comparsa di dispareunia a causa di un dolore molto forte in particolar modo all’ingresso della vagina;
– dispareunia legata a mialgia. Ciò che si determina è una contrazione del muscolo che circonda la vagina, scatenato da un dolore fisso che, ovviamente, peggiora durante i tentativi di rapporto. In questo caso esistono dei punti di dolorabilità più forti corrispondenti alle zone d’inserzione del muscolo, responsabili della sintomatologia dolorosa avvertita all’interno della vagina;
– secchezza vaginale.

L’evento parto determina un crollo dei livelli ormonali con conseguenza, in
primis, sul tono dell’umore ma talora anche sulla lubrificazione vaginale.
– vestibolite vulvare. Parliamo di un evento infiammatorio che interviene principalmente all’ingresso della vagina, legato a microtraumi che si determinano allorquando il rapporto sessuale avviene in tempi “sbagliati” non dando modo alla donna di esser adeguatamente lubrificata. La
vestibolite si associa altresì a ipercontrattilità e dolore muscolare.

La terapia ovviamente dipende dalla causa scatenante. In generale sarà importante:
– Affrontare e risolvere il problema della scarsa lubrificazione che può determinare secchezza vaginale e/o vestibolite vulvare con terapia estrogenica locale in modo da non interferire con l’allattamento;

– Affrontare e risolvere l’ipercontrattilità muscolare con auto massaggio o inviando la donna presso centri di terapia riabilitativa con tecniche specifiche;
– ridurre l’infiammazione e il dolore locale, con un gel vaginale a base di aliamidi, in grado di agire sull’infiammazione vaginale e di favorire una corretta cicatrizzazione. Il gel ha risultati ancora migliori e più rapidi se viene applicato in vagina e sulla vulva, dove è situata la cicatrice, con massaggi locali di 4-5 minuti, due o tre volte al giorno.

Va inoltre sottolineato l’importanza di un igiene intima adeguata nelle donne che hanno partorito.
Infatti, risulta essenziale:
– un’igiene intima appropriata con saponi curativi che rispettino il pH vulvare e riducano l’infiammazione vulvare e vestibolare;
– automassaggi con il gel a base di olio di iperico o di aliamidi;
– una ginnastica specifica per la riabilitazione dei muscoli del pavimento pelvico, che dopo il partosono molto lassi e distesi.

DNA fetale

DNA fetale

Quella che può esser ritenuta la novità più importante in termini di screening prenatale e’ la ricerca del DNA fetale nel sangue materno. Nel sangue della donna in gravidanza, infatti, si è visto esser presenti cellule placentari che possono esser studiate al fine di rilevare eventuali malattie cromosomiche.

Di quelle che è possibile individuare con un semplice prelievo di sangue dalla donna in gravidanza, sicuramente la trisomia 21, la trisomia 18 e la trisomia 13 sono quelle a più alta sensibilità.

Per tal ragione, questo test può esser considerato un approfondimento del test di screening che si effettua di routine (di cui abbiamo parlato qualche settimana fa). Infatti se il test di screening con misurazione della traslucenza nucale e prelievo biochimico ha una sensibilità per queste tre trisomie pari al 92%, il test del DNA Fetale ha una sensibilità del 99%.

Quindi, se il test risulterà negativo per una di queste tre trisomie è praticamente certo che non abbia queste patologie, mentre se uscisse positivo per una di queste tre trisomie sarà importante fare diagnosi invasiva. Ripeto, come nel caso dello screening classico, anche in questo caso non possiamo fare diagnosi, ma sicuramente la sensibilità del test del 99% per le tre trisomie è un valore molto importante.

L’unico grosso ostacolo attualmente all’impiego di questo test è il costo, intorno a 750 euro, non effettuabile in ospedale ma in centri esterni. Il futuro dovrebbe portare ad un ridimensionamento dei costi ma anche ad un aumento della sensibilità per altre malattie cromosomiche.

La genetica insomma potrebbe dare una grossa mano per sapere sempre più del feto e della sua salute. In attesa di capire quindi cosa riservi il futuro, cominciamo a capire da ora che all’arco della conoscenza in epoca prenatale abbiamo a disposizione una nuova freccia, da in lato assolutamente non invasiva, dall’altro però con costi elevati.

Diagnosi prenatale invasiva

Diagnosi prenatale invasiva

Nell’articolo scritto qualche giorno fa vi ho parlato dello screening per alcune malattie cromosomiche e del significato di alto, medio e basso rischio.

Cosa succede se allo screeening il risultato è : gravidanza ad alto rischio? Significa che vi sono alte possibilità che il feto possa avere una delle tre malattie cromosomiche che si va a studiare con il test combinato ecografico e di laboratorio che sono: trisomia 22, trisomia 18 e trisomia 13.

Parlare di altro rischio NON significa che il feto SICURAMENTE ha una malattia cromosomica ma significa, ripeto, che vi e’ un’ alta possibilità che questo abbia una di queste tre cromosomopatie. A questo punto vi è l’indicazione, NON L’OBBLIGO, a procedere con una tecnica di diagnosi prenatale invasiva.

Le tecniche in questione sono due: la villocentesi e l’amniocentesi.
La villocentesi può esser effettuata presso il Nostro ospedale già il giorno dopo o pochi giorni dopo lo screening ecografico. Si tratta di un prelievo di villi coriali ( io per semplicità dico sempre che si preleva qualche frammento di tessuto dove si formerà la placenta) lontano dal sacco amniotico dove è contenuto il feto.

Per tal ragione non viene richiesto il digiuno, tanto che durante la procedura si può tranquillamente vedere, con l’ ecografia, il feto muoversi liberamente senza la paura che possa toccare l’ago, proprio perché si agisce lontano dal sacco amniotico.

L’intera procedura è effettuata sotto guida ecografica per avere il pieno controllo della direzione dell’ago. La donna viene messa in posizione ginecologica e il medico si pone tra le gambe della paziente. Ciò che si può avvertire è un pizzicotto all’entrata dell’ago. La procedura dura dieci secondi.. quindi Rapida.

Dopo di che la paziente resterà in sala d’attesa per un oretta prima di andare a casa e li dovrà stare a riposo assoluto il giorno stesso, mentre nei giorni seguenti non dovrà sollevar pesi. Utile in controllo ecografico dopo 10 giorni.

La villocentesi ha il pregio che può esser fatta già a 12 settimane, aver la risposta preliminare dopo 7 giorni e la definitiva dopo altri 7. Inoltre come detto non è colpito il sacco amniotico evitando così il rischio potenziale di portar germi presenti sulla cute all’interno del sacco. La percentuale di aborto è dello 0,2%.

La Seconda tecnica è invece l’amniocentesi che viene effettuata a 15-16 settimane e consiste nel prelievo di liquido amniotico. Anche in questo caso la tecnica viene fatta in sicurezza sotto guida ecografica. La donna è stesa sul lettino, mentre l’operatore sarà di fianco a Lei e sceglierà il punto esatto dove pingere in modo da arrivare nel sacco amniotico in in punto lontano rispetto a dove si trova il feto.

Anche nel caso dell’amniocentesi valgono gli stessi accorgimenti della villocentesi per come comportarsi dopo la procedura. L’ esito del prelievo sarà disponibile non prima di 3-4 settimane. In questo caso la percentuale di aborto è dello 0,1%.

Prima di effettuare una di queste due procedure la paziente firmerà un consenso ma il mio consiglio più grande è quello di leggere attentamente ciò che è scritto ma soprattutto farsi spiegare dal medico tutto e chiedere qualsiasi cosa non risulti chiaro. Per quanto si cerchi di rendere un consenso chiaro non sarà mai pienamente comprensibile come quando ci viene spiegato.

Dr. Luigi Caserta Ginecologo Pordenone Facebook.com/ginecologopordenone